Considerazioni sui costi della Giustizia

Non sai come fare a riscuotere le somme liquidate dalla Corte d’ Appello competente a seguito di ricorsi ex legge n. 89/2001 (Legge Pinto)?!?
Rivolgiti a noi, e senza sostenere alcuna spesa, riuscirai tramite i nostri legali ad esigere quanto ti spetta!!

 

Perchè affidarsi a noi?                    

1) Perchè siamo già riusciti a riscuotere esecutivamente somme liquidate a seguito di procedimenti ex 89/01 (Legge Pinto);

2) perchè non è previsto alcun costo;

3) perchè il Ministero della Giustizia non liquiderà mai spontaneamente tali somme;

4) perchè aspettare ancora non risolverà il problema.

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Nel corso del convegno su “Stato di diritto e democrazia in Italia ed applicazione della CEDU”, tenutosi a Roma il 22 e 23 novembre 2010, sono state affrontati i numerosi aspetti di inadempimento dello Stato italiano nei confronti degli obblighi imposti dalla Convenzione europea dei diritti umani, con le conseguenti condanne subite dall’Italia. Oltre al fatto grave delle continue illegalità compiute dal nostro Stato, l’aspetto che viene poco trattato è quello del risvolto economico, ossia quanto costa all’Italia (e quindi, trattandosi di denaro pubblico, ad ogni cittadino) la sostanziale illegalità delle nostre istituzioni.

Ad oggi, manca un vero e proprio monitoraggio di questo aspetto, se non per quanto concerne le condanne comminate all’Italia dalla Corte europea per l’irragionevole durata dei procedimenti giudiziari. Peraltro, quello ora indicato non è neppure l’aspetto più grave tra le violazioni della convenzione europea dei diritti umani, ma è sicuramente il più diffuso, e fa emergere un chiaro quadro del livello di uno Stato “delinquente abituale”, in quanto si viene a trovare in una posizione di costante e doloso inadempimento rispetto ai decreti di condanna emessi in favore dei cittadini.

Già era inaccettabile la disparità di trattamento tra il cittadino debitore e lo Stato debitore. Ogni sentenza di condanna, infatti, è immediatamente esecutiva, quando a subirla è il cittadino. Il quale, pertanto, può vedersi notificare immediatamente la sentenza munita di formula esecutiva, con annesso atto di precetto che intima il pagamento di quanto di condanna entro dieci giorni. In mancanza di immediato adempimento, dopo dieci giorni può iniziare la procedura esecutiva.

Quando invece è lo Stato a subire una condanna, già esso ha la prerogativa che il titolo emesso nei suoi confronti non può divenire esecutivo se non dopo centoventi giorni dalla notifica. Ebbene, nonostante questo lungo ed inaccettabile lasso di tempo che già la legge gli concede per adempiere agli ordini dei tribunali, la regola è ormai divenuta quella della persistenza nell’inadempimento.

Accade così che i cittadini vittime della irragionevole durata dei procedimenti che li coinvolgono si trovino, grazie alle nostre leggi, a vivere una seconda paradossale esperienza che li costringe ad affrontare ulteriori irragionevoli spazi temporali per ottenere il giusto e riconosciuto risarcimento!

Infatti, trascorsi i quattro mesi, lo Stato non adempie mai spontaneamente, motivo per cui è necessario intraprendere la procedura esecutiva che, di norma, prevede pignoramenti presso terzi. Ebbene, anche sotto questo punto di vista lo Stato italiano si sta ben tutelando per rendersi pressoché del tutto impignorabile.

In un primo momento, infatti, tali crediti venivano escussi tramite pignoramenti presso la Banca d’Italia, ma, con il decreto legge n. 143/08, convertito nella legge 181/2008, all’articolo due sono state rese impignorabili tutte le somme del Ministero della Giustizia depositate presso le Poste Italiane e presso la Banca d’Italia.

Nella successiva ricerca di crediti del Ministero della Giustizia da poter escutere presso terzi, i pignoramenti si sono allora indirizzati presso le Agenzie di riscossione tributi (Equitalia S.p.A.), le quali, per un po’ di tempo, hanno così rappresentato l’unica possibilità per i cittadini vittime della regola italiana della eccessiva durata dei procedimenti, sia penali sia civili, di ottenere una esecuzione coattiva delle condanne impartite allo Stato dalle Corti d’Appello. Ma anche questa via è stata di recente bloccata dal governo italiano che, con il cosiddetto "decreto milleproroghe", convertito nella legge n. 14 del 27.02.2009, all’articolo 42 comma 7-novies ha stabilito che "non sono soggette ad esecuzione forzata le somme incassate dagli Agenti della riscossione e destinate ad essere riversate agli enti creditori ai sensi dell’art. 22 del D. Lgs. 112/99 e degli artt. 8 e 9 del D. Lgs. 237/97".

In questo modo, come è del tutto evidente, si tenta da parte del legislatore di rendere impossibile il risarcimento per irragionevole durata dei processi nonostante l’esistenza di un decreto di condanna, e questo in palese violazione sia della cosiddetta "Legge Pinto" sia dell’articolo 1 paragrafo 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Ma tutto questo quanto costa? Quanto costa, in termini di denaro pubblico, uno Stato le cui stesse istituzioni non sono in grado di rispettare le loro leggi? Lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito il fenomeno dei risarcimenti che lo Stato deve pagare per la riparazione dell’eccessiva durata dei processi come “abnorme ed intollerabile".

La crescita di questo contenzioso, del resto, è esponenziale: con riferimento al periodo 2002-2006 gli esborsi per indennizzi ammontavano complessivamente a 41,5 milioni di euro. Nel 2008, dopo due anni, il montante è salito a 81,3 milioni di euro, praticante raddoppiato. Inoltre, agli 81,3 milioni vanno aggiunti almeno altri 36,6 milioni dovuti e non ancora pagati, in parte oggetto di pignoramento nei confronti del Ministero della Giustizia che non ha onorato il debito derivante dai provvedimenti di condanna delle varie Corti d’Appello. In altre parole, il costo per le casse dello Stato è stato di circa 118 milioni di euro fino al 2008; con un trend in forte aumento.

I ritardi della giustizia civile non gravano soltanto sulle parti in causa, ma sull’intero sistema-Paese, soprattutto nel settore dell’economia. Al riguardo, appare significativa una notizia. Per evitare l’aggravio dei costi derivanti dai pignoramenti e dalle procedure esecutive attivate presso il Ministero della Giustizia in base alla “Legge Pinto” è intervenuta una modifica legislativa (art. 1, comma 1224, Legge finanziaria 2007 n.296/2006), che ha accentrato presso il MEF – Ministero dell’Economia e delle Finanze – i pagamenti degli indennizzi.

Nel 2007, in previsione della nuova “gestione dei pagamenti” prevista dalla Finanziaria, il MEF ha così effettuato uno studio per accertare l’entità del rischio economico per il futuro. Ebbene, lo studio è allarmante. Il “Rapporto intermedio sulla revisione della spesa” del 3 dicembre 2007 dalla Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica (C.T.F.P.) indica infatti in 500 milioni di euro all’anno il rischio economico dello Stato per le (future e probabili) “condanne ex Legge Pinto". Da queste previsioni sono escluse le somme dovute a seguito delle condanne della Corte di Strasburgo, alla quale i ricorsi approdano, dopo aver esperito l’iter interno ex "Legge Pinto, per ottenere un risarcimento conforme ai parametri europei.

A tali cifre, già di proporzioni spaventose, dovremmo poi aggiungere tutte le rimanenti condanne subite dall’Italia per violazioni perpetrate a danno della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, meno numerose e per le quali è quindi difficile reperire dei dati certi. Anche questi sono dati che dovrebbero avere maggiore divulgazione, perché è anche dalla soluzione di questi problemi e dalla rimozione di queste pesantissime forme di illegalità che passa ogni possibile recupero di credibilità delle istituzioni e della politica.

(fonte:Notizie Radicali)

Ma allora come fare a riscuotere le somme liquidate dalla Corte d’ Appello competente a seguito di ricorsi ex legge n. 89/2001 (Legge Pinto)?!?
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1) Perchè siamo già riusciti a riscuotere esecutivamente somme liquidate a seguito di procedimenti ex 89/01 (Legge Pinto);

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Avv. Demetrio Calveri

Demetrio Calveri (Reggio Cal. 1980), dopo la maturità classica, ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l'Università L.U.I.S.S. Guido Carli di Roma, città dove svolge la propria professione dal 2005. Ha maturato una triennale esperienza presso primario studio legale, specializzato nell'assistenza di banche e importanti aziende. Di seguito, ha collaborato per cinque anni con un importante studio legale specializzato in diritto del lavoro. I suoi percorsi formativi post-laurea hanno riguardato la contrattualistica di impresa e il diritto societario. E' docente a contratto per primari Enti di Formazione, (Camera di Mediazione Nazionale - www.cameradimediazionenazionale.it - A.I.R.A.C. www.airac.it - 645 S.r.l.) per i quali cura la Formazione rivolta ai seguenti Professionisti: Mediatori Familiari, Arbitri, Mediatori Civili e Commerciali. E' inoltre impegnato nelle docenze rivolte a Medici e altri Operatori Sanitari trattando argomenti quali: "Consenso Informato"; "La responsabilità della struttura sanitaria"; "La Privacy" Svolge altresì attività di docenza, in occasione dei corsi di preparazione all'esame di abilitazione alla professione forense; è Presidente presso l'Associazione Italiana Risoluzione Alternativa dei Conflitti, ove svolge l'incarico di Sostituto Procuratore.

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